La legge finanziaria (L. 133/08) ha fatto traboccare il vaso, ma la misura era già colma da tempo. Gli universitari del 2008 hanno finalmente trovato il nemico contro cui combattere: una legge che, tagliando i finanziamenti alle Università pubbliche, rischia di smantellare anche l’ultima roccaforte dell’istruzione.
La scuola e le Università pubbliche, per quanto anch’esse affette dagli squallidi fenomeni del baronato e del nepotismo, rimangono per molti giovani gli unici ambienti in cui essere riconosciuti per il proprio valore; rassegnati come sono ad un mondo del lavoro che non è esattamente pronto ad accoglierli a braccia aperte.
I ministri Gelmini e Tremonti giustificano i tagli con l’eliminazione degli sprechi di fondi pubblici fatti da tanti atenei italiani colpendo così i “baroni” dell’Università.
Ove i tagli fossero approvati (e in parte già lo sono), le Università pubbliche, in mancanza di fondi, dovrebbero rivolgersi a fondazioni private (art. 16, c.1). Professori, studenti e Rettori hanno ben chiaro il quadro di che cosa accadrà: alcune facoltà otterranno finanziamenti da aziende private che avranno a loro volta forte peso nelle scelte di ricerca e studio delle Università stesse.
Facoltà, quindi, (possiamo immaginare che accadrà per quelle scientifiche) strettamente legate all’azienda che le finanzia. Ma cosa sarà delle facoltà umanistiche, di tutte quelle facoltà la cui ricerca non è direttamente spendibile sul mercato? Probabilmente per restare in vita faranno impennare le tasse universitarie degli studenti.
Il mondo dell’Università ha capito bene tutto questo e si tratta dell’ennesimo tradimento, non di questo governo, ma dell’intera classe dirigente del nostro Paese ai danni del mondo dell’istruzione.
Chi pagherà direttamente le conseguenze? I ventenni sono coscienti di essere le prime vittime di una serie di scelte politiche compiute negli ultimi dieci anni che hanno semplicemente impedito che questa generazione abbia un futuro. Dietro la finanziaria 2008 ed il decreto Gelmini 169/08, si nasconde una voragine per i giovani di oggigiorno, una voragine in cui le parole chiave sono precarietà, crisi economica, innalzamento dei prezzi, recessione economica, e nella migliore delle ipotesi l’emigrazione.
La scuola e le Università pubbliche, per quanto anch’esse affette dagli squallidi fenomeni del baronato e del nepotismo, rimangono per molti giovani gli unici ambienti in cui essere riconosciuti per il proprio valore; rassegnati come sono ad un mondo del lavoro che non è esattamente pronto ad accoglierli a braccia aperte.
I ministri Gelmini e Tremonti giustificano i tagli con l’eliminazione degli sprechi di fondi pubblici fatti da tanti atenei italiani colpendo così i “baroni” dell’Università.
Ove i tagli fossero approvati (e in parte già lo sono), le Università pubbliche, in mancanza di fondi, dovrebbero rivolgersi a fondazioni private (art. 16, c.1). Professori, studenti e Rettori hanno ben chiaro il quadro di che cosa accadrà: alcune facoltà otterranno finanziamenti da aziende private che avranno a loro volta forte peso nelle scelte di ricerca e studio delle Università stesse.
Facoltà, quindi, (possiamo immaginare che accadrà per quelle scientifiche) strettamente legate all’azienda che le finanzia. Ma cosa sarà delle facoltà umanistiche, di tutte quelle facoltà la cui ricerca non è direttamente spendibile sul mercato? Probabilmente per restare in vita faranno impennare le tasse universitarie degli studenti.
Il mondo dell’Università ha capito bene tutto questo e si tratta dell’ennesimo tradimento, non di questo governo, ma dell’intera classe dirigente del nostro Paese ai danni del mondo dell’istruzione.
Chi pagherà direttamente le conseguenze? I ventenni sono coscienti di essere le prime vittime di una serie di scelte politiche compiute negli ultimi dieci anni che hanno semplicemente impedito che questa generazione abbia un futuro. Dietro la finanziaria 2008 ed il decreto Gelmini 169/08, si nasconde una voragine per i giovani di oggigiorno, una voragine in cui le parole chiave sono precarietà, crisi economica, innalzamento dei prezzi, recessione economica, e nella migliore delle ipotesi l’emigrazione.
E' una generazione senza lavoro, impossibilitata ad uscire dalla casa paterna anche in età adulta e quindi condannata a vivere un’adolescenza prolungata ed insopportabile. Questa situazione finisce per avere un peso psicologico insostenibile per i ventenni di oggi che intuiscono le difficoltà ed hanno ben chiaro durante i cortei, le occupazioni, le fiaccolate che ciò per cui stanno lottando è il loro futuro.
L’“onda” degli studenti, (così è stato soprannominato il movimento) sta invadendo tutte le città italiane: folle sorridenti, allegre (perché si tratta pur sempre di giovani), ma decise, arrabbiate perché consapevoli che quel sorriso verrà strappato loro di qui a breve tempo. Mentre l’onda si propaga non c’è spazio per parlare di partiti: la nostra politica non può aver nessuna voce in capitolo riguardo questo movimento, se chiedete alla maggior parte dei giovani che partecipano vi risponderanno che pur rispecchiandosi in una piuttosto che in un’altra idea, nessun politico li rappresenta. Il fallimento della classe dirigente nei loro confronti è stato totale.
Tanto rumore si è fatto per gli scontri di piazza Navona, eventi senz’altro significativi, ma che nulla hanno a che spartire con l’onda, né con le organizzazioni spontanee degli universitari. Cercando di andare al di là di questi fatti sarebbe utile iniziare a fare un’ esame di coscienza della nostra società, una società che non può sperare nel progresso e nell’innovazione perché non ha investito (e continua a non farlo) sui propri figli. Proprio questi figli adesso reclamano il proprio posto nella società, un’intera generazione che chiede di essere ascoltata, almeno per quello che riguarda i provvedimenti che concernono il loro mondo. Non si tratta però solo di conflitto generazionale, in questo periodo si è spesso sentito fare il paragone con il ’68 che però non sussiste perché ciò che reclamano i giovani del 2008 è qualcosa di molto pratico, che non ha nulla di ideologico e che qualunque società civile dovrebbe poter garantire.
L’onda è sicuramente composta da giovani più o meno meritevoli, ma già tutti ingiustamente traditi dalla politica, dal mondo del lavoro, dai loro padri in ultima analisi. Una generazione che sa di non avere futuro cresce allo sbando, nell’incertezza del domani, senza uno scopo prefisso perché consapevole di non poterlo raggiungere.
Questo è ciò che offre l’Italia ai propri cervelli eccellenti, a tutti quei giovani che hanno deciso di proseguire gli studi per essere un domani la nuova classe dirigente, intellettuale, di ricerca scientifica. Questi giovani sono, come sappiamo, costretti a trasferirsi all’estero per avere degno riconoscimento del proprio lavoro.
In questa desolante situazione si inserisce l’ennesimo attacco alla scuola e all’Università pubbliche.
Tagli di milioni di euro, Università che diventano fondazioni, soldi privati che finanzieranno le facoltà con il conseguente controllo delle aziende sulle stesse, l’inevitabile aumento delle tasse universitarie che renderà inaccessibile l’istruzione superiore ad alcune classi sociali.
Ci stupiamo se c’è rabbia?
Arianna 22 anni, studentessa universitaria di Roma3
L’“onda” degli studenti, (così è stato soprannominato il movimento) sta invadendo tutte le città italiane: folle sorridenti, allegre (perché si tratta pur sempre di giovani), ma decise, arrabbiate perché consapevoli che quel sorriso verrà strappato loro di qui a breve tempo. Mentre l’onda si propaga non c’è spazio per parlare di partiti: la nostra politica non può aver nessuna voce in capitolo riguardo questo movimento, se chiedete alla maggior parte dei giovani che partecipano vi risponderanno che pur rispecchiandosi in una piuttosto che in un’altra idea, nessun politico li rappresenta. Il fallimento della classe dirigente nei loro confronti è stato totale.
Tanto rumore si è fatto per gli scontri di piazza Navona, eventi senz’altro significativi, ma che nulla hanno a che spartire con l’onda, né con le organizzazioni spontanee degli universitari. Cercando di andare al di là di questi fatti sarebbe utile iniziare a fare un’ esame di coscienza della nostra società, una società che non può sperare nel progresso e nell’innovazione perché non ha investito (e continua a non farlo) sui propri figli. Proprio questi figli adesso reclamano il proprio posto nella società, un’intera generazione che chiede di essere ascoltata, almeno per quello che riguarda i provvedimenti che concernono il loro mondo. Non si tratta però solo di conflitto generazionale, in questo periodo si è spesso sentito fare il paragone con il ’68 che però non sussiste perché ciò che reclamano i giovani del 2008 è qualcosa di molto pratico, che non ha nulla di ideologico e che qualunque società civile dovrebbe poter garantire.
L’onda è sicuramente composta da giovani più o meno meritevoli, ma già tutti ingiustamente traditi dalla politica, dal mondo del lavoro, dai loro padri in ultima analisi. Una generazione che sa di non avere futuro cresce allo sbando, nell’incertezza del domani, senza uno scopo prefisso perché consapevole di non poterlo raggiungere.
Questo è ciò che offre l’Italia ai propri cervelli eccellenti, a tutti quei giovani che hanno deciso di proseguire gli studi per essere un domani la nuova classe dirigente, intellettuale, di ricerca scientifica. Questi giovani sono, come sappiamo, costretti a trasferirsi all’estero per avere degno riconoscimento del proprio lavoro.
In questa desolante situazione si inserisce l’ennesimo attacco alla scuola e all’Università pubbliche.
Tagli di milioni di euro, Università che diventano fondazioni, soldi privati che finanzieranno le facoltà con il conseguente controllo delle aziende sulle stesse, l’inevitabile aumento delle tasse universitarie che renderà inaccessibile l’istruzione superiore ad alcune classi sociali.
Ci stupiamo se c’è rabbia?
Arianna 22 anni, studentessa universitaria di Roma3
1 commento:
Ciao,
Prima di tutto complimenti per il blog: bello, curato e con interventi interessanti. Nel merito: l'università italiana vive da molti anni uno stato di crisi, ed il sintomo di questo malessere è nell'abisso tra chi si iscrive e chi arriva al diploma di laurea.
Ed è vero quello che scrivi: è il fallimento complessivo di un classe dirigente, che va dai Rettori ai vari governi che si sono succeduti alla guida del paese (ad essere pignoli non è solo l'università che sta messa male, c'è di peggio, chessò, la giustizia italiana). Epperò, di fronte a questo fallimento complessivo, stabilito che è ozioso ed inutile andare a fare una capziosa classifica delle responsabilità dei colpevoli, cosa può fare il movimento dell'"ONDA" ? Esprimere solo rabbia e frustrazione ? Oppure è possibile (e secondo me l'unica strada), passare dalla rabbia alla proposta, ed attaccare e sommergere di parole, idee e persone tutte quelle istituzioni o forze parlamentari che dovrebbero , per loro natura, ascoltare tutte le voci che provengono dalla società, organizzarle, e farle contare nei luoghi di decisione ? Perchè vedi, ci sono stati molti momenti storici in passato, nel nostro paese, che hanno espresso molta, tanta rabbia, ma poi alla fine non hanno prodotto nulla di buono, frustrazione a parte.
ciao
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