venerdì 12 dicembre 2008

3 dicembre 2008: PROSSIMA FERMATA……SCUOLA! di Marcella, 47 anni, Insegnante

Cronaca di un pomeriggio sui … binari.
Una manifestazione estemporanea, insolita e volutamente provocatoria quella che ha animato oggi pomeriggio le stazioni della linea FM3 di Monte Mario e Ottavia. Una trentina di persone, genitori, studenti, insegnanti di diverse scuole del XIX Municipio ha “invaso “ pacificamente le banchine, gli spazi antistanti le stazioni proponendo ai viaggiatori in attesa dei treni un volantino per informare e contro-informare sui recenti provvedimenti legislativi in materia scolastica (Legge 133/08, 169/08, DDL Aprea, Mozione Cota per le “ classi-ponte” ) sollecitando la partecipazione ad una vera e
propria Assemblea Pubblica sul tema della scuola svolta all’interno delle stazioni ferroviarie.

Ore 14.30 stazione di Monte Mario
Orario d’uscita di alcune scuole circostanti: studenti, qualche insegnante, persone che rientrano a casa dopo la mattinata di lavoro. Inizia l’assemblea, si distribuiscono volantini, si susseguono gli interventi: i genitori, gli insegnanti, gli studenti medi delle diverse scuole. Tutto sembra svolgersi secondo una regia perfettamente coordinata che tuttavia non è stata stabilita in precedenza.
I passeggeri presenti, vittime di un’ennesima (per nostra fortuna) corsa soppressa, ascoltano incuriositi e sorpresi le ragioni della nostra protesta. Qualcuno annuisce, qualcuno addirittura si congratula per l’iniziativa: “Il problema della scuola, dei tagli? Sì che lo capisco! Io lavoro all’ospedale: i problemi della sanità sono simili! “
Un signore, visibilmente irritato dalla nostra presenza, inizia sulla banchina del secondo binario una discussione con un'altra persona sui temi della protesta e sull’opportunità della nostra presenza: ha inizio un vero e proprio dibattito.
Ci sparpagliamo per tutta la stazione, mentre gli interventi al megafono scorrono e scandiscono i toni della protesta molti tra noi distribuiscono ai passanti il volantino di informazione cercando di spiegarne il contenuto.
Le persone prendono il volantino: alcune lo scorrono distrattamente, altre lo leggono, altre sono disponibili a dialogare, ad ascoltare il nostro commento. Ciò che stupisce, probabilmente, è il gruppo eterogeneo, età diverse, ruoli e funzioni differenti che discutono in uno spazio neutrale: la stazione, un luogo frequentato da tante persone altrettanto eterogenee.
Ore 16: stazione di Ottavia
Il numero dei viaggiatori in attesa è minore, il “saliscendi” dai treni è ridotto, ma sono arrivati altri studenti dell’Istituto Professionale e stanno per arrivare le insegnanti della scuola elementare e qualche genitore.
Non siamo altrettanto fortunati per il numero delle persone presenti (nessuna provvidenziale corsa soppressa!!).
Inizia l’assemblea. Il suono del megafono scandisce i nostri interventi e rimbomba per la stazione: l’effetto acustico è presente!
Non manca anche in quest’occasione qualcuno che esprime con un certo impeto le proprie ragioni ripetendo le frasi stereotipate che la stampa e i mass-media hanno diffuso negli ultimi mesi: “ Insegnanti? Fannulloni!!! Andate ad istruirvi! “, “ Ci sono corsi universitari con un solo studente!! Dovete dire anche questo!”
Molti genitori rientrano a casa con i figli usciti da poco dalla scuola elementare: sembrano essere sensibili alla nostra presenza e al dialogo.
Gli studenti danno vita ad una discussione con un venditore ambulante che, probabilmente temendo la nostra presenza come elemento di disturbo per la sua vendita, si rivolge a noi con tono infastidito. Tuttavia dopo un breve scambio d’opinioni si mostra solidale con la nostra iniziativa.
Il gruppo si sposta sulla strada, sulla via che costeggia la stazione.
Si continua a distribuire volantini esprimendo le nostre opinioni di fronte a passanti e ad automobilisti incuriositi……
Breve riflessione sull’iniziativa
Il dialogo tra le persone nasce spesso in luoghi neutrali, negli spazi che appartengono a tutti. La sensazione netta che si ricava da questo pomeriggio è stata quella di aver portato la scuola fuori dalla scuola, fuori dalla consueta autoreferenzialità. Aver fatto conoscere, sebbene in minima parte, le problematiche concernenti la crisi finanziaria che si abbatte inesorabilmente sulla scuola pubblica, unicamente attraverso la logica dei tagli e del sottrarre risorse alle istituzioni scolastiche è stata per noi l’occasione di esprimere la nostra voce in difesa della scuola e del diritto all’istruzione pubblica ai cittadini, agli abitanti di questo quartiere. Consideriamo quest’iniziativa come un piccolo ma altrettanto importante passo che ha in sé il senso del dialogo, della condivisione, attraverso la quale si getta un ponte capace di ridurre quella distanza, caratteristica sempre più presente e dominante della nostra società, tra le persone e i luoghi istituzionali sedi delle discussioni e delle importanti decisioni politiche. La dimensione politica, nel senso più genuino dell’etimologia della parola propone, è quella che richiama la dimensione d’appartenenza, il prendere parte alla gestione ed alla discussione dei grandi temi che riguardano la sfera della società civile: la scuola, l’istruzione, il sapere è da considerare patrimonio libero e indiscutibile di ogni cittadino e quindi della società.
L’iniziativa è stata faticosa, impegnativa, con imprevisti che richiedono forse un’organizzazione da migliorare. La sensazione con la quale si torna a casa è in ogni caso quella di essere stati presenti in maniera efficace e concreta sulla realtà territoriale.

Prossima fermata …………………???
di Marcella, 47 anni, insegnante

giovedì 4 dicembre 2008

In memoria di Vito Scafidi...Di Daniela, 50 anni, Dirigente Scolastico

Non c'è niente di “incomprensibile” nella tragedia del Liceo Darwin di Rivoli. Per la maggior parte degli edifici scolastici costruiti prima dell'entrata in vigore della normativa sulla sicurezza (Legge 626/94 e successivi decreti applicativi) non si è provveduto a verificare l'adeguatezza alle norme di sicurezza e a certificarla, non esiste la documentazione minima relativa agli elementi di base: certificato di agibilità, certificazione dei vigili del fuoco per l’antincendio, certificazione per gli impianti elettrici, per le scariche atmosferiche, per la messa a terra, per gli impianti termici, per le norme antisismiche. Gli edifici dei centri storici delle città sono i più esposti ai rischi e solo raramente e in tempi molto lunghi vengono messi a norma. In generale per tutti gli edifici non recenti la situazione è critica, ma anche i più nuovi sono spesso mal costruiti per i materiali scadenti utilizzati e la qualità dei lavori non certo eccelsa; facilmente e rapidamente le strutture si degradano, sotto l’urto degli adolescenti in crescita e non sempre aggraziati nei loro movimenti. In realtà la costruzione di scuole, la loro manutenzione e il loro controllo sono quanto di più critico e fastidioso possa esistere per gli Enti locali, siano essi comuni o province: alti costi, necessità di attenta pianificazione, procedure di controllo da applicare sistematicamente e con rigore, molto scarsa visibilità e quindi scarso ritorno di immagine per i politici di turno, rapporti complessi con le ditte appaltatrici dei lavori. Il periodo migliore per chiedere ed ottenere interventi di solito è quello prima delle elezioni. Tra i tecnici spesso la negligenza o l’incapacità organizzativa rendono ancora più inefficiente la macchina dell’edilizia scolastica: nessuna procedura è messa a sistema, non si può che raramente venire a conoscenza degli interventi programmati, c’è ragione di dubitare che gli enti locali conoscano tutto il loro patrimonio di immobili scolastici…. Hanno un bel da fare i dirigenti a stendere i documenti di rischio, chiedere interventi, mandare diffide: tutto deve essere chiesto e richiesto fino all’estenuazione, senza talvolta ricevere un rigo di risposta. D’altronde di scarsa entità sono gli interventi che essi stessi – i datori di lavoro delle scuole - possono fare eseguire sulle strutture; per quelli più importanti il loro compito è segnalare segnalare segnalare, A meno che, in casi di emergenza grave ed evidente, non debbano interrompere il pubblico servizio. Per anni si denunciano le copiose infiltrazioni di acqua piovana, la pericolosità dei marciapiedi esterni resi scivolosi dalla pioggia, si chiede di monitorare periodicamente e rigorosamente la presenza di fibre di amianto nei locali costruiti con questo materiale. Di solito i presidi sono considerati degli importuni, seccatori e anche un po’ ottusi quando chiedono interventi, ottusi perché non capiscono una cosa molto semplice: che non ci sono soldi…. Non è incomprensibile dunque la tragedia del liceo Darwin. Di fronte all’emergenza dell’edilizia scolastica – 57.000 edifici in tutta Italia a rischio di sicurezza, tra statali e privati, di cui 4000 a rischio sismico, secondo quanto ha riferito Bertolaso nella sua durissima relazione alla Camera - , la politica finanziaria degli enti locali dovrebbe rinunciare alle operazioni di immagine per tutelare invece i cittadini utenti, il Ministero dell’Istruzione convincersi che la politica dell’istruzione si fa anche curando gli spazi della scuola attraverso richieste di finanziamenti appositi ai ministeri economici. Non fare il pianto greco d’occasione di fronte alla tragedia avvenuta, e per di più dopo avere programmato tagli alle spese roteando il machete. Ancora Bertolaso indica un budget di 13 miliardi di euro, pari ad una “finanziaria”, per mettere a norma le scuole a rischio. Non è incomprensibile dunque la tragedia del liceo Darwin. E non è neppure una “fatalità che sarebbe potuta accadere in una casa privata” la tragedia del liceo Darwin. Chi possiede case lo sa. Seppur a costo di litigiose ed eterne assemblee di condominio, i privati si interessano delle loro civili e private abitazioni, che sono anche un patrimonio personale, magari il risultato di faticosi risparmi di generazioni; controllano tetto e fondamenta, cantine impianti e intonaci cadenti. Se non lo fanno, tutti pensiamo che siano pazzi o autolesionisti. Ma le scuole no, le scuole sono PUBBLICHE, o meglio statali, cioè sono di tutti. E come tali trascurabili. Quando il personale della scuola protesta, la gente pensa che ancora una volta si lamenti solo e soltanto per gli stipendi. Non è così: si protesta per un’istituzione portata allo sfascio dalla mancanza di interventi legislativi seri di riforma didattica, di investimenti sull’edilizia e sulle strutture, sulla formazione e l’aggiornamento del personale, in barba agli obiettivi strategici di Lisbona che hanno come presupposto la considerazione dell’istruzione come motore principale di progresso economico. Ma la scuola non conta, non paga subito, i politici di tutti i generi la scoprono distrattamente in campagna elettorale, i giornalisti solo se dà la possibilità di uno scoop, i sindacalisti la tengono d’occhio per conservarsi le tessere degli iscritti. E poi corrono e si precipitano tutti sui luoghi dei disastri, a m e r a v i g l i a r s i…Non è incomprensibile dunque la tragedia del liceo Darwin. Eppure, come ha detto Bertolaso, è a scuola che mandiamo i nostri figli, che sono ciò che di più prezioso esiste per noi.
Che tu possa perdonare l’incuria e il cinismo degli adulti, povero dolcissimo Vito.
Daniela, 50 anni, Dirigente Scolastico

martedì 2 dicembre 2008


Mercoledì 3 Dicembre 2008

PROSSIMA FERMATA… SCUOLA !


Assemblee pubbliche
su Scuola e Università
nelle stazioni di
Ottavia, Monte Mario
e San Filippo Neri


Interverranno docenti, genitori, studenti universitari, studenti medi e personale ATA.

Inizio Corsa…ORE 14.30
Per un'informazione chiara, corretta e democratica

giovedì 27 novembre 2008

NON SIAMO UN PAESE NORMALE...di Francesco, 55 anni, Professore

Sono stato dubbioso a lungo circa l’opportunità di intervenire sulla situazione attuale, rompendo un silenzio che dura da più anni. Poi, l’improntitudine della politica, l’informazione sempre prona ai desideri dei diversi “poteri” e il continuo, perdurante scadimento delle “qualità” umane, (mal)educate da modelli demenziali, mi hanno convinto del contrario, inducendomi a scambiare qualche riflessione sul presente foriero – ahimè – di un futuro “orribile”!
Economicamente, eticamente, politicamente non siamo certo un paese normale: non abbiamo un “libero” mercato, guidato dalla smithiana “mano invisibile” (a favore dei consumatori); non una “tensione etica”, come sforzo di trovare, nelle nostre molteplici radici culturali, alcuni degli elementi di duttilità e “genialità” che ci hanno resi “italiani”; né, infine, giustizia sociale e politica, in uno dei paesi più ingiusti del mondo, teatro di conflitti tra lobby e con ricorrenti “tentazioni” autoritarie” (piano Solo, Gladio, Bologna, Italicus, per citarne solo alcuni).
Ho cercato sinteticamente di rendere esplicito il mio “punto di vista” – soprattutto verso le nuove generazioni – non per un atto di superbia o di arroganza “intellettuale”, ma perché convinto che solo una piena assunzione di responsabilità costituisce di per sé un atto democratico, leale e giusto; anche se non sarà difficile trovare il “cretino” di turno che griderà contro i “cattivi maestri”.
Non rientra certamente in questa categoria l’ex Presidente emerito della Repubblica Italiana, Senatore a vita, Francesco Cossiga che, con due successivi interventi – sul Q.N. il 23 ottobre e con una lettera al capo della polizia l’8 novembre di quest’anno (v. rispettivamente: Q. N. del 23 ottobre 2008, p. 5; AdnKronos dell’8 novembre 2008) – ha voluto personalmente impartire a tutti noi una magistrale lezione di storia, tanto più efficace se indirizzata a quei “fannulloni scaldabanchi” che continuano ad alimentare l’onda, fomentati dai loro professori.
Studiare la Storia – tutta la storia, dalla più antica a quella del “secolo breve” – serve proprio ad individuare la complessità dei processi che agitano le società moderne e/o post-moderne. Gli interessi in campo, le paure e le sensibilità collettive, le ambizioni e le miserie personali si sono “esercitate” con fantasia sconfinata nel corso dei secoli e il loro attento e puntiglioso studio è l’unica, incerta, strada che ci spinge ad immaginare il futuro prossimo. Come ha magistralmente detto lo storico Hobsbawm “… il processo di previsione del futuro deve necessariamente basarsi sulla conoscenza del passato”.
Proprio in quest’ottica l’intervista di Cossiga al Q.N. appare molto interessante da un punto di vista storico: temendo che l’attuale Presidente del Consiglio avrebbe fatto una figuraccia, non dando seguito alla minaccia di usare la forza contro gli studenti, l’ex Presidente consiglia al Ministro degli Interni Maroni di “…fare quel che feci io quand’ero ministro dell’interno”. “In primo luogo, lasciar perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…”. Poi, però “ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città”.
La chiarezza, la puntualità, a volte perfino la ridondanza – pleonastico il “pronti a tutto” per gli agenti provocatori – della prosa cossighiana appaiono il frutto maturo di un pensiero e di una prassi forgiati nel vivo della realtà. Così è, infatti: Cossiga era Ministro dell’Interno, il 12 marzo del ’77, quando un proiettile vagante colpiva Giorgiana Masi e ancora Ministro dell’Interno il giorno del rapimento Moro nel marzo ‘78; Presidente del Consiglio quando fu abbattuto un aereo civile nel cielo di Ustica; e Presidente della Repubblica nell’ottobre del ’90 allorché Andreotti, Presidente del consiglio rivelava la struttura di Gladio, “stay behind”. Non è, però, solo la prosa a colpire nelle indicazioni dell’ex “picconatore”, anche la struttura del ragionamento appare geometrica: con le città messe a ferro e fuoco “… forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri”. “Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano”.
Queste, dunque, le tappe del processo: attraverso provocatori suscitare disordini, creare ad arte una situazione di paura tale da giustificare la “reazione” dello Stato con il consenso della pubblica opinione e togliendosi dalle scatole il fastidio della magistratura,considerata, evidentemente, troppo garantista.
Esattamente quello che è avvenuto in questo paese tutte le volte che un cambiamento si annunciava possibile…
Proprio per la sua coerenza il ragionamento cossighiano tradisce, però, nel lessico un animo in preda al tumulto delle passioni: “non avere pietà” (detto da un cattolico!), “picchiarli e picchiare”,”mandarli tutti in ospedale”. Non traspare certo l’etica di un ex Presidente emerito della Repubblica, ma trasuda, di certo, l’odio “reazionario” di un uomo di molto potere.
Bisogna prendere sul serio le parole di Cossiga: se l’onda disturba i manovratori, nella loro politica di privatizzazione della scuola pubblica e degli altri servizi sociali, allora è necessario placarla, con tutti i mezzi a disposizione, leciti o meno. Per fare questo tutte le alleanze sono possibili, con piduisti, golpisti, affaristi e massoni di ogni risma.
Basta un unico raffronto storico per capire cosa significhi la perdita di “qualità” umane, di cui parlavo all’inizio. Nel dicembre del 1900 – governo Saracco - in una situazione molto difficile dopo la “crisi di fine secolo” e l’uccisione, per mano di un anarchico, del re d’Italia, lo scioglimento della Camera del Lavoro di Genova – definita organizzazione sovversiva – portò i portuali genovesi al primo “sciopero generale”, sia pure su scala cittadina. Dopo aver meditato a lungo su quel conflitto il liberale Giovanni Giolitti, il 4 febbraio 1901, in un importante discorso alla Camera, affermava che nelle controversie fra capitale e lavoro lo Stato doveva restare neutrale: “il Governo quando interviene per tenere bassi i salari commette un’ingiustizia, un errore economico ed un errore politico”. “Commette un’ingiustizia perché manca al suo dovere di assoluta imparzialità fra i cittadini […]. Commette un errore economico perché turba il funzionamento della legge economica dell’offerta e della domanda, […] . Il Governo commette infine un grave errore politico, perché rende nemiche dello Stato quelle classi che costituiscono in realtà la maggioranza del Paese”.
L’intento dello Stato – continuava ancora Giolitti - doveva essere quello di pacificare, talora anche di conciliare, “… sole funzioni legittime in questa materia”. Proprio la stessa, identica, nobiltà…[ che traspare dalle scomposte parole del Senatore a vita, ex Presidente della Repubblica, ex “gladiatore” (addestrato all’uso delle armi e degli esplosivi), ex piduista, ex picconatore….]
Francesco, 55 anni, Professore.

lunedì 17 novembre 2008

la FAVOLA dell'INTERCULTURA di Andrea, Comitato Genitori Circolo Didattico 298 – Elsa Morante

C’era una volta… l’Italia e gli italiani che per vari decenni hanno vissuto sulla propria pelle cosa vuol dire immigrare: lasciare dietro alle spalle le proprie radici, i propri affetti … ricominciare da zero.
Italia che quando si trovò di fronte una nuova realtà, quella di diventare paese ospitante, scelse la strada dell’intercultura. Siamo a metà degli anni novanta e l’immigrazione apre un nuovo capitolo con il consolidamento dei processi immigratori attraverso la stabilizzazione dei soggetti . I contesti ed i paesaggi culturali cambiano velocemente; l’incontro con il diverso finora occasionale e sporadico entra nel quotidiano rendendo necessario una revisione dell’agire sociale ed educativo.
Senza entrare troppo nei particolari è opportuno delineare brevemente le caratteristiche dell’immigrazione straniera nel primo decennio degli anni duemila: la presenza regolare registra un incremento costante ed oggi rappresenta il 5% della popolazione, alcune stime prevedono che nei prossimi 15 anni vi saranno in Italia circa 6.500.000 immigrati e cittadini di origine straniera; il ventaglio dei paesi di provenienza è piuttosto vasto: tra gli alunni di altra nazionalità inseriti nelle scuole italiane sono presenti 189 cittadinanze (nel mondo l’Istat calcola 194 nazioni -dati tratti da “Capirsi diversi" Favaro – Fumagalli pag 15).
La strada dell’integrazione è tutt’altro che semplice eppure è la via più lecita allo sviluppo di questo Paese, Paese che ha uno tra i più bassi tassi di natalità nel mondo, basta farsi un giro nei reparti maternità di qualsiasi ospedale per vedere che la maggior parte delle donne che mettono al mondo bambini in Italia sono straniere.
Leggo nella Costituzione italiana che questa è una Repubblica fondata sul lavoro! Deduco quindi che coloro che qui lavorano e contribuiscono alla crescita di questo Paese abbiano il diritto di ricevere un trattamento adeguato se non altro alle tasse che versano al governo.
Ma certo che sciocca! Non si tiene conto nemmeno di quelli che qui sono nati figuriamoci degli ultimi arrivati!
Ma aspetta, mi sono persa: parlavamo di Intercultura…si…parlavamo di un paese che possiede una normativa in merito all’integrazione in ambito scolastico: la Legge 40 del 1998 oppure il D.P.R. 394/1999.
Infatti nonostante le difficoltà contingenti il sistema scolastico si struttura sempre di più nella direzione del dialogo, del confronto,
del rispetto reciproco. Le leggi sopracitate prevedono l’inserimento di figure professionali a supporto degli educatori sia dove esiste una forte presenza di cittadini stranieri nelle scuole ma anche nella formazione degli alunni italiani poiché imparare a conoscere il diverso è prerogativa fondamentale per chi cresce in un mondo dove le distanze si accorciano sempre di più.
Ma come tutte le favole che si rispettino un bel giorno arriva la strega cattiva e cerca di intralciare la strada…
Siccome la nostra è una bellissima favola che ci fa intravedere la possibilità di costruire un modo di vivere diverso rispetto ai parametri ora vigenti: dove il diverso non
è nemico, non va combattuto, emarginato, ma può dare nuova forza, portare vigore e rinnovamento in una società che vive un momento di crisi strutturale.
L’incantesimo allora è potente e cosa può essere più efficace che l’utilizzo della paura stessa ? Sarà per questo che nei telegiornali invece di spiegarci a cosa andiamo incontro realmente con l’entrata in vigore delle nuove leggi non fanno altro che demonizzare le nostre esigenze? Mi sento quasi cattiva a pretendere che mio figlio abbia un’istruzione decente, quasi snaturata per avere la necessità di lavorare…Sarà per questo che il sindaco di Milano dal 2007 ha imposto che le famiglie non residenti nel comune da almeno due anni non hanno il diritto di avere i libri scolastici gratuiti?
Forse la strega si sarà ricordata un vecchio proverbio che dice "l’unione fa la forza" e quindi è più facile gestirci se siamo separati, divisi per colori, etnie e classi sociali? Qualcuno mi sa spiegare cosa significa “discriminazione transitoria costruttiva”? Vivo in questo paese da 18 anni, ho sentito tante cose ma questa mi è veramente nuova!
Forse dovremmo leggere ai membri del nostro governo la Carta dei Diritti dei Bambini … in questo documento è previsto che i bambini a prescindere dalla loro provenienza o religione abbiano il diritto di avere garantita la dignità…qualcuno mi sa dire se il riconoscimento della discriminazione da parte di un Stato sia compatibile con il principio di dignità?
Chiedo scusa, volevo raccontare una favola, e sono finita in un incubo…o forse no, forse le risposte non dobbiamo cercarle da chi sembra evidente non sia in grado di fornirle, forse questa storia possiamo provare a scriverla Noi persone comuni, vincendo la paura, unendoci per qualcosa che ci accomuna: il futuro dei nostri figli.
E forse si può fare…informiamoci, confrontiamoci…
Andrea, Comitato Genitori Circolo Didattico 298 – Elsa Morante

Il FUTURO dei LICEI dopo la 133/08 e la 169/08, di Anna, 45 anni, Professoressa

L’art. 64 della legge 133, “Disposizioni in materia di organizzazione scolastica” rientra nel titolo III, capo II della legge finanziaria, relativo al “Contenimento della spesa per il pubblico impiego”.
Sgombriamo dunque subito il campo da equivoci lessicali e semantici: trattasi di tagli, non di riforme.
Il comma 1 prevede l’incremento di un punto del rapporto alunni/docente, da realizzarsi entro l’anno scolastico 20011/2012. L’aumento del numero degli alunni per classe viene così motivato: “Ai fini di una migliore qualificazione dei servizi scolastici e di una piena valorizzazione professionale del personale docente”. Non occorre essere un addetto ai lavori per immaginare che questo ulteriore aumento del numero di studenti in classi già di 28 – 30 alunni determinerà invece un peggioramento della qualità dei processi di apprendimento, soprattutto per gli alunni che partono da situazioni di svantaggio culturale.
Il comma 2 prevede la revisione dei criteri per la definizione degli organici del personale ATA (amministrativo, tecnico, ausiliario), per ottenere nel triennio 2009-2011 una riduzione complessiva del 17%. Ne conseguirà un evidente peggioramento delle prestazioni degli uffici di segreteria, nonchè l’aumento del ricorso al contributo volontario delle famiglie per la copertura delle spese di pulizia, a detrimento di acquisti importanti per il funzionamento della scuola e per lo svolgimento delle attività didattiche.
Il comma 3 rimanda a un piano programmatico di interventi, che fotografa in dettaglio la riduzione del personale nei prossimi 3 anni nelle scuole di ogni ordine e grado: saranno cancellati 87.400 insegnanti e 44.500 ATA. Questi interventi vengono motivati come necessari per conferire “maggiore efficacia ed efficienza al sistema scolastico”: ma non sarebbe più onesto omettere queste penose bugie?
Nel comma 4 si preannunciano accorpamenti delle classi di concorso, la revisione dei curricoli, la modifica dei piani di studio e dei relativi piani orari, che, come specificato nel piano programmatico di interventi, saranno, per la scuola secondaria di I grado, di 29 ore settimanali, rispetto alle 32 attuali; per i licei di max 30 ore settimanali; per gli istituti tecnici e professionali di max 32 ore settimanali. Ne consegue che, nei licei, tutte le sezioni sperimentali, alcune delle quali veri fiore all’occhiello delle scuole, per es. il Piano Nazionale Informatica o il bilinguismo nei licei scientifici, scompariranno.
Il comma 6 specifica che da questi tagli dovranno derivare economie lorde di spesa non inferiori a 456 milioni di euro per il 2009, 1650 per il 2010, 2538 per il 2011 e 3188 per il 2012 e che, come specifica il comma 8, se i tagli non portano i risparmi attesi, i finanziamenti al ministero dell’Istruzione vengono ulteriormente ridotti!
Il comma 9, ciliegina sulla torta, ci dice che solo il 30% di queste economie di spesa verranno utilizzate per incrementare le risorse contrattuali. E il resto? Sarebbe interessante per noi italiani sapere che fine fa e nelle tasche di chi va quello che viene tolto ai nostri figli!!!
La legge 169 (ex decreto 137 o Gelmini) agisce come una mannaia sulla scuola primaria, colpendo a morte con un'unica mossa il modulo e il tempo pieno: l’art. 4 impone un tempo scuola settimanale di 24 ore con un unico insegnante. La possibilità, se espressa come esigenza da parte delle famiglie, di una più ampia articolazione del tempo scuola è qui genericamente indicata ma in realtà rigidamente incardinata nel piano programmatico di interventi dell’art.64 della legge 133, in 3 possibili opzioni: 27 ore; 30 ore; 34 ore, comprensive della mensa. Tralasciando in questa sede gli aspetti pedagogici e limitandoci ad osservare i quadri orari possiamo ben dire “Tempo pieno, addio”. E questo tra poche settimane, quando cioè si apriranno le iscrizioni, determinerà l’avvio di una pesante emergenza sociale.
Per ciò che concerne la scuola secondaria di I e II grado, abbiamo, all’art.3 della legge 169, il reinserimento del voto di condotta nella media dei voti di profitto in sede di scrutini intermedi e finali, con il rimando a ulteriori modalità applicative del suddetto articolo che, a oggi, non sono ancora neanche apparse all’orizzonte. Viene lasciato dunque alle singole scuole il compito di predisporre griglie di valutazione della condotta degli studenti. Ed è importante sottolineare che si tratta di un compito gravoso, perché con un voto di condotta che concorre alla media aritmetica e quindi determina, nel triennio, l’attribuzione del credito scolastico ai fini del punteggio di un esame di Stato che dà ancora un titolo di studio con valore legale, occorrerebbe evitare ogni elemento di iniquità e disparità di valutazione tra consigli di classe e tra scuola e scuola (sarebbe interessante, a questo proposito, esplorare gli intendimenti delle scuole paritarie…).
Come commentare l’insieme dei provvedimenti legislativi fin qui intrapresi da questo governo? Si tratta di misure draconiane, volte ad affossare la scuola pubblica, nazionale, statale. Misure che noi non possiamo accettare, contro le quali dobbiamo combattere con tutti gli strumenti che abbiamo, primo fra tutti quello dell’informazione e della partecipazione, per affermare che quello allo studio è l’unico, vero diritto irrinunciabile, l’unico strumento di realizzazione delle pari opportunità, del superamento delle differenze sociali, dell’integrazione e della cittadinanza consapevole.

Anna, 45 anni, Professoressa

domenica 16 novembre 2008

un FUTURO negato ? di Arianna, 22 anni, studentessa universitaria Roma3

La legge finanziaria (L. 133/08) ha fatto traboccare il vaso, ma la misura era già colma da tempo. Gli universitari del 2008 hanno finalmente trovato il nemico contro cui combattere: una legge che, tagliando i finanziamenti alle Università pubbliche, rischia di smantellare anche l’ultima roccaforte dell’istruzione.
La scuola e le Università pubbliche, per quanto anch’esse affette dagli squallidi fenomeni del baronato e del nepotismo, rimangono per molti giovani gli unici ambienti in cui essere riconosciuti per il proprio valore; rassegnati come sono ad un mondo del lavoro che non è esattamente pronto ad accoglierli a braccia aperte.
I ministri Gelmini e Tremonti giustificano i tagli con l’eliminazione degli sprechi di fondi pubblici fatti da tanti atenei italiani colpendo così i “baroni” dell’Università.
Ove i tagli fossero approvati (e in parte già lo sono), le Università pubbliche, in mancanza di fondi, dovrebbero rivolgersi a fondazioni private (art. 16, c.1). Professori, studenti e Rettori hanno ben chiaro il quadro di che cosa accadrà: alcune facoltà otterranno finanziamenti da aziende private che avranno a loro volta forte peso nelle scelte di ricerca e studio delle Università stesse.
Facoltà, quindi, (possiamo immaginare che accadrà per quelle scientifiche) strettamente legate all’azienda che le finanzia. Ma cosa sarà delle facoltà umanistiche, di tutte quelle facoltà la cui ricerca non è direttamente spendibile sul mercato? Probabilmente per restare in vita faranno impennare le tasse universitarie degli studenti.

Il mondo dell’Università ha capito bene tutto questo e si tratta dell’ennesimo tradimento, non di questo governo, ma dell’intera classe dirigente del nostro Paese ai danni del mondo dell’istruzione.
Chi pagherà direttamente le conseguenze? I ventenni sono coscienti di essere le prime vittime di una serie di scelte politiche compiute negli ultimi dieci anni che hanno semplicemente impedito che questa generazione abbia un futuro. Dietro la finanziaria 2008 ed il decreto Gelmini 169/08, si nasconde una voragine per i giovani di oggigiorno, una voragine in cui le parole chiave sono precarietà, crisi economica, innalzamento dei prezzi, recessione economica, e nella migliore delle ipotesi l’emigrazione.

E' una generazione senza lavoro, impossibilitata ad uscire dalla casa paterna anche in età adulta e quindi condannata a vivere un’adolescenza prolungata ed insopportabile. Questa situazione finisce per avere un peso psicologico insostenibile per i ventenni di oggi che intuiscono le difficoltà ed hanno ben chiaro durante i cortei, le occupazioni, le fiaccolate che ciò per cui stanno lottando è il loro futuro.
L’“onda” degli studenti, (così è stato soprannominato il movimento) sta invadendo tutte le città italiane: folle sorridenti, allegre (perché si tratta pur sempre di giovani), ma decise, arrabbiate perché consapevoli che quel sorriso verrà strappato loro di qui a breve tempo. Mentre l’onda si propaga non c’è spazio per parlare di partiti: la nostra politica non può aver nessuna voce in capitolo riguardo questo movimento, se chiedete alla maggior parte dei giovani che partecipano vi risponderanno che pur rispecchiandosi in una piuttosto che in un’altra idea, nessun politico li rappresenta. Il fallimento della classe dirigente nei loro confronti è stato totale.
Tanto rumore si è fatto per gli scontri di piazza Navona, eventi senz’altro significativi, ma che nulla hanno a che spartire con l’onda, né con le organizzazioni spontanee degli universitari. Cercando di andare al di là di questi fatti sarebbe utile iniziare a fare un’ esame di coscienza della nostra società, una società che non può sperare nel progresso e nell’innovazione perché non ha investito (e continua a non farlo) sui propri figli. Proprio questi figli adesso reclamano il proprio posto nella società, un’intera generazione che chiede di essere ascoltata, almeno per quello che riguarda i provvedimenti che concernono il loro mondo. Non si tratta però solo di conflitto generazionale, in questo periodo si è spesso sentito fare il paragone con il ’68 che però non sussiste perché ciò che reclamano i giovani del 2008 è qualcosa di molto pratico, che non ha nulla di ideologico e che qualunque società civile dovrebbe poter garantire.
L’onda è sicuramente composta da giovani più o meno meritevoli, ma già tutti ingiustamente traditi dalla politica, dal mondo del lavoro, dai loro padri in ultima analisi. Una generazione che sa di non avere futuro cresce allo sbando, nell’incertezza del domani, senza uno scopo prefisso perché consapevole di non poterlo raggiungere.
Questo è ciò che offre l’Italia ai propri cervelli eccellenti, a tutti quei giovani che hanno deciso di proseguire gli studi per essere un domani la nuova classe dirigente, intellettuale, di ricerca scientifica. Questi giovani sono, come sappiamo, costretti a trasferirsi all’estero per avere degno riconoscimento del proprio lavoro.
In questa desolante situazione si inserisce l’ennesimo attacco alla scuola e all’Università pubbliche.
Tagli di milioni di euro, Università che diventano fondazioni, soldi privati che finanzieranno le facoltà con il conseguente controllo delle aziende sulle stesse, l’inevitabile aumento delle tasse universitarie che renderà inaccessibile l’istruzione superiore ad alcune classi sociali.
Ci stupiamo se c’è rabbia?

Arianna 22 anni, studentessa universitaria di Roma3