giovedì 27 novembre 2008

NON SIAMO UN PAESE NORMALE...di Francesco, 55 anni, Professore

Sono stato dubbioso a lungo circa l’opportunità di intervenire sulla situazione attuale, rompendo un silenzio che dura da più anni. Poi, l’improntitudine della politica, l’informazione sempre prona ai desideri dei diversi “poteri” e il continuo, perdurante scadimento delle “qualità” umane, (mal)educate da modelli demenziali, mi hanno convinto del contrario, inducendomi a scambiare qualche riflessione sul presente foriero – ahimè – di un futuro “orribile”!
Economicamente, eticamente, politicamente non siamo certo un paese normale: non abbiamo un “libero” mercato, guidato dalla smithiana “mano invisibile” (a favore dei consumatori); non una “tensione etica”, come sforzo di trovare, nelle nostre molteplici radici culturali, alcuni degli elementi di duttilità e “genialità” che ci hanno resi “italiani”; né, infine, giustizia sociale e politica, in uno dei paesi più ingiusti del mondo, teatro di conflitti tra lobby e con ricorrenti “tentazioni” autoritarie” (piano Solo, Gladio, Bologna, Italicus, per citarne solo alcuni).
Ho cercato sinteticamente di rendere esplicito il mio “punto di vista” – soprattutto verso le nuove generazioni – non per un atto di superbia o di arroganza “intellettuale”, ma perché convinto che solo una piena assunzione di responsabilità costituisce di per sé un atto democratico, leale e giusto; anche se non sarà difficile trovare il “cretino” di turno che griderà contro i “cattivi maestri”.
Non rientra certamente in questa categoria l’ex Presidente emerito della Repubblica Italiana, Senatore a vita, Francesco Cossiga che, con due successivi interventi – sul Q.N. il 23 ottobre e con una lettera al capo della polizia l’8 novembre di quest’anno (v. rispettivamente: Q. N. del 23 ottobre 2008, p. 5; AdnKronos dell’8 novembre 2008) – ha voluto personalmente impartire a tutti noi una magistrale lezione di storia, tanto più efficace se indirizzata a quei “fannulloni scaldabanchi” che continuano ad alimentare l’onda, fomentati dai loro professori.
Studiare la Storia – tutta la storia, dalla più antica a quella del “secolo breve” – serve proprio ad individuare la complessità dei processi che agitano le società moderne e/o post-moderne. Gli interessi in campo, le paure e le sensibilità collettive, le ambizioni e le miserie personali si sono “esercitate” con fantasia sconfinata nel corso dei secoli e il loro attento e puntiglioso studio è l’unica, incerta, strada che ci spinge ad immaginare il futuro prossimo. Come ha magistralmente detto lo storico Hobsbawm “… il processo di previsione del futuro deve necessariamente basarsi sulla conoscenza del passato”.
Proprio in quest’ottica l’intervista di Cossiga al Q.N. appare molto interessante da un punto di vista storico: temendo che l’attuale Presidente del Consiglio avrebbe fatto una figuraccia, non dando seguito alla minaccia di usare la forza contro gli studenti, l’ex Presidente consiglia al Ministro degli Interni Maroni di “…fare quel che feci io quand’ero ministro dell’interno”. “In primo luogo, lasciar perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…”. Poi, però “ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città”.
La chiarezza, la puntualità, a volte perfino la ridondanza – pleonastico il “pronti a tutto” per gli agenti provocatori – della prosa cossighiana appaiono il frutto maturo di un pensiero e di una prassi forgiati nel vivo della realtà. Così è, infatti: Cossiga era Ministro dell’Interno, il 12 marzo del ’77, quando un proiettile vagante colpiva Giorgiana Masi e ancora Ministro dell’Interno il giorno del rapimento Moro nel marzo ‘78; Presidente del Consiglio quando fu abbattuto un aereo civile nel cielo di Ustica; e Presidente della Repubblica nell’ottobre del ’90 allorché Andreotti, Presidente del consiglio rivelava la struttura di Gladio, “stay behind”. Non è, però, solo la prosa a colpire nelle indicazioni dell’ex “picconatore”, anche la struttura del ragionamento appare geometrica: con le città messe a ferro e fuoco “… forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri”. “Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano”.
Queste, dunque, le tappe del processo: attraverso provocatori suscitare disordini, creare ad arte una situazione di paura tale da giustificare la “reazione” dello Stato con il consenso della pubblica opinione e togliendosi dalle scatole il fastidio della magistratura,considerata, evidentemente, troppo garantista.
Esattamente quello che è avvenuto in questo paese tutte le volte che un cambiamento si annunciava possibile…
Proprio per la sua coerenza il ragionamento cossighiano tradisce, però, nel lessico un animo in preda al tumulto delle passioni: “non avere pietà” (detto da un cattolico!), “picchiarli e picchiare”,”mandarli tutti in ospedale”. Non traspare certo l’etica di un ex Presidente emerito della Repubblica, ma trasuda, di certo, l’odio “reazionario” di un uomo di molto potere.
Bisogna prendere sul serio le parole di Cossiga: se l’onda disturba i manovratori, nella loro politica di privatizzazione della scuola pubblica e degli altri servizi sociali, allora è necessario placarla, con tutti i mezzi a disposizione, leciti o meno. Per fare questo tutte le alleanze sono possibili, con piduisti, golpisti, affaristi e massoni di ogni risma.
Basta un unico raffronto storico per capire cosa significhi la perdita di “qualità” umane, di cui parlavo all’inizio. Nel dicembre del 1900 – governo Saracco - in una situazione molto difficile dopo la “crisi di fine secolo” e l’uccisione, per mano di un anarchico, del re d’Italia, lo scioglimento della Camera del Lavoro di Genova – definita organizzazione sovversiva – portò i portuali genovesi al primo “sciopero generale”, sia pure su scala cittadina. Dopo aver meditato a lungo su quel conflitto il liberale Giovanni Giolitti, il 4 febbraio 1901, in un importante discorso alla Camera, affermava che nelle controversie fra capitale e lavoro lo Stato doveva restare neutrale: “il Governo quando interviene per tenere bassi i salari commette un’ingiustizia, un errore economico ed un errore politico”. “Commette un’ingiustizia perché manca al suo dovere di assoluta imparzialità fra i cittadini […]. Commette un errore economico perché turba il funzionamento della legge economica dell’offerta e della domanda, […] . Il Governo commette infine un grave errore politico, perché rende nemiche dello Stato quelle classi che costituiscono in realtà la maggioranza del Paese”.
L’intento dello Stato – continuava ancora Giolitti - doveva essere quello di pacificare, talora anche di conciliare, “… sole funzioni legittime in questa materia”. Proprio la stessa, identica, nobiltà…[ che traspare dalle scomposte parole del Senatore a vita, ex Presidente della Repubblica, ex “gladiatore” (addestrato all’uso delle armi e degli esplosivi), ex piduista, ex picconatore….]
Francesco, 55 anni, Professore.

lunedì 17 novembre 2008

la FAVOLA dell'INTERCULTURA di Andrea, Comitato Genitori Circolo Didattico 298 – Elsa Morante

C’era una volta… l’Italia e gli italiani che per vari decenni hanno vissuto sulla propria pelle cosa vuol dire immigrare: lasciare dietro alle spalle le proprie radici, i propri affetti … ricominciare da zero.
Italia che quando si trovò di fronte una nuova realtà, quella di diventare paese ospitante, scelse la strada dell’intercultura. Siamo a metà degli anni novanta e l’immigrazione apre un nuovo capitolo con il consolidamento dei processi immigratori attraverso la stabilizzazione dei soggetti . I contesti ed i paesaggi culturali cambiano velocemente; l’incontro con il diverso finora occasionale e sporadico entra nel quotidiano rendendo necessario una revisione dell’agire sociale ed educativo.
Senza entrare troppo nei particolari è opportuno delineare brevemente le caratteristiche dell’immigrazione straniera nel primo decennio degli anni duemila: la presenza regolare registra un incremento costante ed oggi rappresenta il 5% della popolazione, alcune stime prevedono che nei prossimi 15 anni vi saranno in Italia circa 6.500.000 immigrati e cittadini di origine straniera; il ventaglio dei paesi di provenienza è piuttosto vasto: tra gli alunni di altra nazionalità inseriti nelle scuole italiane sono presenti 189 cittadinanze (nel mondo l’Istat calcola 194 nazioni -dati tratti da “Capirsi diversi" Favaro – Fumagalli pag 15).
La strada dell’integrazione è tutt’altro che semplice eppure è la via più lecita allo sviluppo di questo Paese, Paese che ha uno tra i più bassi tassi di natalità nel mondo, basta farsi un giro nei reparti maternità di qualsiasi ospedale per vedere che la maggior parte delle donne che mettono al mondo bambini in Italia sono straniere.
Leggo nella Costituzione italiana che questa è una Repubblica fondata sul lavoro! Deduco quindi che coloro che qui lavorano e contribuiscono alla crescita di questo Paese abbiano il diritto di ricevere un trattamento adeguato se non altro alle tasse che versano al governo.
Ma certo che sciocca! Non si tiene conto nemmeno di quelli che qui sono nati figuriamoci degli ultimi arrivati!
Ma aspetta, mi sono persa: parlavamo di Intercultura…si…parlavamo di un paese che possiede una normativa in merito all’integrazione in ambito scolastico: la Legge 40 del 1998 oppure il D.P.R. 394/1999.
Infatti nonostante le difficoltà contingenti il sistema scolastico si struttura sempre di più nella direzione del dialogo, del confronto,
del rispetto reciproco. Le leggi sopracitate prevedono l’inserimento di figure professionali a supporto degli educatori sia dove esiste una forte presenza di cittadini stranieri nelle scuole ma anche nella formazione degli alunni italiani poiché imparare a conoscere il diverso è prerogativa fondamentale per chi cresce in un mondo dove le distanze si accorciano sempre di più.
Ma come tutte le favole che si rispettino un bel giorno arriva la strega cattiva e cerca di intralciare la strada…
Siccome la nostra è una bellissima favola che ci fa intravedere la possibilità di costruire un modo di vivere diverso rispetto ai parametri ora vigenti: dove il diverso non
è nemico, non va combattuto, emarginato, ma può dare nuova forza, portare vigore e rinnovamento in una società che vive un momento di crisi strutturale.
L’incantesimo allora è potente e cosa può essere più efficace che l’utilizzo della paura stessa ? Sarà per questo che nei telegiornali invece di spiegarci a cosa andiamo incontro realmente con l’entrata in vigore delle nuove leggi non fanno altro che demonizzare le nostre esigenze? Mi sento quasi cattiva a pretendere che mio figlio abbia un’istruzione decente, quasi snaturata per avere la necessità di lavorare…Sarà per questo che il sindaco di Milano dal 2007 ha imposto che le famiglie non residenti nel comune da almeno due anni non hanno il diritto di avere i libri scolastici gratuiti?
Forse la strega si sarà ricordata un vecchio proverbio che dice "l’unione fa la forza" e quindi è più facile gestirci se siamo separati, divisi per colori, etnie e classi sociali? Qualcuno mi sa spiegare cosa significa “discriminazione transitoria costruttiva”? Vivo in questo paese da 18 anni, ho sentito tante cose ma questa mi è veramente nuova!
Forse dovremmo leggere ai membri del nostro governo la Carta dei Diritti dei Bambini … in questo documento è previsto che i bambini a prescindere dalla loro provenienza o religione abbiano il diritto di avere garantita la dignità…qualcuno mi sa dire se il riconoscimento della discriminazione da parte di un Stato sia compatibile con il principio di dignità?
Chiedo scusa, volevo raccontare una favola, e sono finita in un incubo…o forse no, forse le risposte non dobbiamo cercarle da chi sembra evidente non sia in grado di fornirle, forse questa storia possiamo provare a scriverla Noi persone comuni, vincendo la paura, unendoci per qualcosa che ci accomuna: il futuro dei nostri figli.
E forse si può fare…informiamoci, confrontiamoci…
Andrea, Comitato Genitori Circolo Didattico 298 – Elsa Morante

Il FUTURO dei LICEI dopo la 133/08 e la 169/08, di Anna, 45 anni, Professoressa

L’art. 64 della legge 133, “Disposizioni in materia di organizzazione scolastica” rientra nel titolo III, capo II della legge finanziaria, relativo al “Contenimento della spesa per il pubblico impiego”.
Sgombriamo dunque subito il campo da equivoci lessicali e semantici: trattasi di tagli, non di riforme.
Il comma 1 prevede l’incremento di un punto del rapporto alunni/docente, da realizzarsi entro l’anno scolastico 20011/2012. L’aumento del numero degli alunni per classe viene così motivato: “Ai fini di una migliore qualificazione dei servizi scolastici e di una piena valorizzazione professionale del personale docente”. Non occorre essere un addetto ai lavori per immaginare che questo ulteriore aumento del numero di studenti in classi già di 28 – 30 alunni determinerà invece un peggioramento della qualità dei processi di apprendimento, soprattutto per gli alunni che partono da situazioni di svantaggio culturale.
Il comma 2 prevede la revisione dei criteri per la definizione degli organici del personale ATA (amministrativo, tecnico, ausiliario), per ottenere nel triennio 2009-2011 una riduzione complessiva del 17%. Ne conseguirà un evidente peggioramento delle prestazioni degli uffici di segreteria, nonchè l’aumento del ricorso al contributo volontario delle famiglie per la copertura delle spese di pulizia, a detrimento di acquisti importanti per il funzionamento della scuola e per lo svolgimento delle attività didattiche.
Il comma 3 rimanda a un piano programmatico di interventi, che fotografa in dettaglio la riduzione del personale nei prossimi 3 anni nelle scuole di ogni ordine e grado: saranno cancellati 87.400 insegnanti e 44.500 ATA. Questi interventi vengono motivati come necessari per conferire “maggiore efficacia ed efficienza al sistema scolastico”: ma non sarebbe più onesto omettere queste penose bugie?
Nel comma 4 si preannunciano accorpamenti delle classi di concorso, la revisione dei curricoli, la modifica dei piani di studio e dei relativi piani orari, che, come specificato nel piano programmatico di interventi, saranno, per la scuola secondaria di I grado, di 29 ore settimanali, rispetto alle 32 attuali; per i licei di max 30 ore settimanali; per gli istituti tecnici e professionali di max 32 ore settimanali. Ne consegue che, nei licei, tutte le sezioni sperimentali, alcune delle quali veri fiore all’occhiello delle scuole, per es. il Piano Nazionale Informatica o il bilinguismo nei licei scientifici, scompariranno.
Il comma 6 specifica che da questi tagli dovranno derivare economie lorde di spesa non inferiori a 456 milioni di euro per il 2009, 1650 per il 2010, 2538 per il 2011 e 3188 per il 2012 e che, come specifica il comma 8, se i tagli non portano i risparmi attesi, i finanziamenti al ministero dell’Istruzione vengono ulteriormente ridotti!
Il comma 9, ciliegina sulla torta, ci dice che solo il 30% di queste economie di spesa verranno utilizzate per incrementare le risorse contrattuali. E il resto? Sarebbe interessante per noi italiani sapere che fine fa e nelle tasche di chi va quello che viene tolto ai nostri figli!!!
La legge 169 (ex decreto 137 o Gelmini) agisce come una mannaia sulla scuola primaria, colpendo a morte con un'unica mossa il modulo e il tempo pieno: l’art. 4 impone un tempo scuola settimanale di 24 ore con un unico insegnante. La possibilità, se espressa come esigenza da parte delle famiglie, di una più ampia articolazione del tempo scuola è qui genericamente indicata ma in realtà rigidamente incardinata nel piano programmatico di interventi dell’art.64 della legge 133, in 3 possibili opzioni: 27 ore; 30 ore; 34 ore, comprensive della mensa. Tralasciando in questa sede gli aspetti pedagogici e limitandoci ad osservare i quadri orari possiamo ben dire “Tempo pieno, addio”. E questo tra poche settimane, quando cioè si apriranno le iscrizioni, determinerà l’avvio di una pesante emergenza sociale.
Per ciò che concerne la scuola secondaria di I e II grado, abbiamo, all’art.3 della legge 169, il reinserimento del voto di condotta nella media dei voti di profitto in sede di scrutini intermedi e finali, con il rimando a ulteriori modalità applicative del suddetto articolo che, a oggi, non sono ancora neanche apparse all’orizzonte. Viene lasciato dunque alle singole scuole il compito di predisporre griglie di valutazione della condotta degli studenti. Ed è importante sottolineare che si tratta di un compito gravoso, perché con un voto di condotta che concorre alla media aritmetica e quindi determina, nel triennio, l’attribuzione del credito scolastico ai fini del punteggio di un esame di Stato che dà ancora un titolo di studio con valore legale, occorrerebbe evitare ogni elemento di iniquità e disparità di valutazione tra consigli di classe e tra scuola e scuola (sarebbe interessante, a questo proposito, esplorare gli intendimenti delle scuole paritarie…).
Come commentare l’insieme dei provvedimenti legislativi fin qui intrapresi da questo governo? Si tratta di misure draconiane, volte ad affossare la scuola pubblica, nazionale, statale. Misure che noi non possiamo accettare, contro le quali dobbiamo combattere con tutti gli strumenti che abbiamo, primo fra tutti quello dell’informazione e della partecipazione, per affermare che quello allo studio è l’unico, vero diritto irrinunciabile, l’unico strumento di realizzazione delle pari opportunità, del superamento delle differenze sociali, dell’integrazione e della cittadinanza consapevole.

Anna, 45 anni, Professoressa

domenica 16 novembre 2008

un FUTURO negato ? di Arianna, 22 anni, studentessa universitaria Roma3

La legge finanziaria (L. 133/08) ha fatto traboccare il vaso, ma la misura era già colma da tempo. Gli universitari del 2008 hanno finalmente trovato il nemico contro cui combattere: una legge che, tagliando i finanziamenti alle Università pubbliche, rischia di smantellare anche l’ultima roccaforte dell’istruzione.
La scuola e le Università pubbliche, per quanto anch’esse affette dagli squallidi fenomeni del baronato e del nepotismo, rimangono per molti giovani gli unici ambienti in cui essere riconosciuti per il proprio valore; rassegnati come sono ad un mondo del lavoro che non è esattamente pronto ad accoglierli a braccia aperte.
I ministri Gelmini e Tremonti giustificano i tagli con l’eliminazione degli sprechi di fondi pubblici fatti da tanti atenei italiani colpendo così i “baroni” dell’Università.
Ove i tagli fossero approvati (e in parte già lo sono), le Università pubbliche, in mancanza di fondi, dovrebbero rivolgersi a fondazioni private (art. 16, c.1). Professori, studenti e Rettori hanno ben chiaro il quadro di che cosa accadrà: alcune facoltà otterranno finanziamenti da aziende private che avranno a loro volta forte peso nelle scelte di ricerca e studio delle Università stesse.
Facoltà, quindi, (possiamo immaginare che accadrà per quelle scientifiche) strettamente legate all’azienda che le finanzia. Ma cosa sarà delle facoltà umanistiche, di tutte quelle facoltà la cui ricerca non è direttamente spendibile sul mercato? Probabilmente per restare in vita faranno impennare le tasse universitarie degli studenti.

Il mondo dell’Università ha capito bene tutto questo e si tratta dell’ennesimo tradimento, non di questo governo, ma dell’intera classe dirigente del nostro Paese ai danni del mondo dell’istruzione.
Chi pagherà direttamente le conseguenze? I ventenni sono coscienti di essere le prime vittime di una serie di scelte politiche compiute negli ultimi dieci anni che hanno semplicemente impedito che questa generazione abbia un futuro. Dietro la finanziaria 2008 ed il decreto Gelmini 169/08, si nasconde una voragine per i giovani di oggigiorno, una voragine in cui le parole chiave sono precarietà, crisi economica, innalzamento dei prezzi, recessione economica, e nella migliore delle ipotesi l’emigrazione.

E' una generazione senza lavoro, impossibilitata ad uscire dalla casa paterna anche in età adulta e quindi condannata a vivere un’adolescenza prolungata ed insopportabile. Questa situazione finisce per avere un peso psicologico insostenibile per i ventenni di oggi che intuiscono le difficoltà ed hanno ben chiaro durante i cortei, le occupazioni, le fiaccolate che ciò per cui stanno lottando è il loro futuro.
L’“onda” degli studenti, (così è stato soprannominato il movimento) sta invadendo tutte le città italiane: folle sorridenti, allegre (perché si tratta pur sempre di giovani), ma decise, arrabbiate perché consapevoli che quel sorriso verrà strappato loro di qui a breve tempo. Mentre l’onda si propaga non c’è spazio per parlare di partiti: la nostra politica non può aver nessuna voce in capitolo riguardo questo movimento, se chiedete alla maggior parte dei giovani che partecipano vi risponderanno che pur rispecchiandosi in una piuttosto che in un’altra idea, nessun politico li rappresenta. Il fallimento della classe dirigente nei loro confronti è stato totale.
Tanto rumore si è fatto per gli scontri di piazza Navona, eventi senz’altro significativi, ma che nulla hanno a che spartire con l’onda, né con le organizzazioni spontanee degli universitari. Cercando di andare al di là di questi fatti sarebbe utile iniziare a fare un’ esame di coscienza della nostra società, una società che non può sperare nel progresso e nell’innovazione perché non ha investito (e continua a non farlo) sui propri figli. Proprio questi figli adesso reclamano il proprio posto nella società, un’intera generazione che chiede di essere ascoltata, almeno per quello che riguarda i provvedimenti che concernono il loro mondo. Non si tratta però solo di conflitto generazionale, in questo periodo si è spesso sentito fare il paragone con il ’68 che però non sussiste perché ciò che reclamano i giovani del 2008 è qualcosa di molto pratico, che non ha nulla di ideologico e che qualunque società civile dovrebbe poter garantire.
L’onda è sicuramente composta da giovani più o meno meritevoli, ma già tutti ingiustamente traditi dalla politica, dal mondo del lavoro, dai loro padri in ultima analisi. Una generazione che sa di non avere futuro cresce allo sbando, nell’incertezza del domani, senza uno scopo prefisso perché consapevole di non poterlo raggiungere.
Questo è ciò che offre l’Italia ai propri cervelli eccellenti, a tutti quei giovani che hanno deciso di proseguire gli studi per essere un domani la nuova classe dirigente, intellettuale, di ricerca scientifica. Questi giovani sono, come sappiamo, costretti a trasferirsi all’estero per avere degno riconoscimento del proprio lavoro.
In questa desolante situazione si inserisce l’ennesimo attacco alla scuola e all’Università pubbliche.
Tagli di milioni di euro, Università che diventano fondazioni, soldi privati che finanzieranno le facoltà con il conseguente controllo delle aziende sulle stesse, l’inevitabile aumento delle tasse universitarie che renderà inaccessibile l’istruzione superiore ad alcune classi sociali.
Ci stupiamo se c’è rabbia?

Arianna 22 anni, studentessa universitaria di Roma3