Sono stato dubbioso a lungo circa l’opportunità di intervenire sulla situazione attuale, rompendo un silenzio che dura da più anni. Poi, l’improntitudine della politica, l’informazione sempre prona ai desideri dei diversi “poteri” e il continuo, perdurante scadimento delle “qualità” umane, (mal)educate da modelli demenziali, mi hanno convinto del contrario, inducendomi a scambiare qualche riflessione sul presente foriero – ahimè – di un futuro “orribile”!Economicamente, eticamente, politicamente non siamo certo un paese normale: non abbiamo un “libero” mercato, guidato dalla smithiana “mano invisibile” (a favore dei consumatori); non una “tensione etica”, come sforzo di trovare, nelle nostre molteplici radici culturali, alcuni degli elementi di duttilità e “genialità” che ci hanno resi “italiani”; né, infine, giustizia sociale e politica, in uno dei paesi più ingiusti del mondo, teatro di conflitti tra lobby e con ricorrenti “tentazioni” autoritarie” (piano Solo, Gladio, Bologna, Italicus, per citarne solo alcuni).
Ho cercato sinteticamente di rendere esplicito il mio “punto di vista” – soprattutto verso le nuove generazioni – non per un atto di superbia o di arroganza “intellettuale”, ma perché convinto che solo una piena assunzione di responsabilità costituisce di per sé un atto democratico, leale e giusto; anche se non sarà difficile trovare il “cretino” di turno che griderà contro i “cattivi maestri”.
Non rientra certamente in questa categoria l’ex Presidente emerito della Repubblica Italiana, Senatore a vita, Francesco Cossiga che, con due successivi interventi – sul Q.N. il 23 ottobre e con una lettera al capo della polizia l’8 novembre di quest’anno (v. rispettivamente: Q. N. del 23 ottobre 2008, p. 5; AdnKronos dell’8 novembre 2008) – ha voluto personalmente impartire a tutti noi una magistrale lezione di storia, tanto più efficace se indirizzata a quei “fannulloni scaldabanchi” che continuano ad alimentare l’onda, fomentati dai loro professori.
Studiare la Storia – tutta la storia, dalla più antica a quella del “secolo breve” – serve proprio ad individuare la complessità dei processi che agitano le società moderne e/o post-moderne. Gli interessi in campo, le paure e le sensibilità collettive, le ambizioni e le miserie personali si sono “esercitate” con fantasia sconfinata nel corso dei secoli e il loro attento e puntiglioso studio è l’unica, incerta, strada che ci spinge ad immaginare il futuro prossimo. Come ha magistralmente detto lo storico Hobsbawm “… il processo di previsione del futuro deve necessariamente basarsi sulla conoscenza del passato”.
Proprio in quest’ottica l’intervista di Cossiga al Q.N. appare molto interessante da un punto di vista storico: temendo che l’attuale Presidente del Consiglio avrebbe fatto una figuraccia, non dando seguito alla minaccia di usare la forza contro gli studenti, l’ex Presidente consiglia al Ministro degli Interni Maroni di “…fare quel che feci io quand’ero ministro dell’interno”. “In primo luogo, lasciar perdere gli studenti dei licei, perché pensi a cosa succederebbe se un ragazzino rimanesse ucciso o gravemente ferito…”. Poi, però “ritirare le forze di polizia dalle strade e dalle università, infiltrare il movimento con agenti provocatori pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino i negozi, diano fuoco alle macchine e mettano a ferro e fuoco le città”.
La chiarezza, la puntualità, a volte perfino la ridondanza – pleonastico il “pronti a tutto” per gli agenti provocatori – della prosa cossighiana appaiono il frutto maturo di un pensiero e di una prassi forgiati nel vivo della realtà. Così è, infatti: Cossiga era Ministro dell’Interno, il 12 marzo del ’77, quando un proiettile vagante colpiva Giorgiana Masi e ancora Ministro dell’Interno il giorno del rapimento Moro nel marzo ‘78; Presidente del Consiglio quando fu abbattuto un aereo civile nel cielo di Ustica; e Presidente della Repubblica nell’ottobre del ’90 allorché Andreotti, Presidente del consiglio rivelava la struttura di Gladio, “stay behind”. Non è, però, solo la prosa a colpire nelle indicazioni dell’ex “picconatore”, anche la struttura del ragionamento appare geometrica: con le città messe a ferro e fuoco “… forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto di polizia e carabinieri”. “Nel senso che le forze dell’ordine non dovrebbero avere pietà e mandarli tutti in ospedale. Non arrestarli, che tanto poi i magistrati li rimetterebbero subito in libertà, ma picchiarli e picchiare anche quei docenti che li fomentano”.
Queste, dunque, le tappe del processo: attraverso provocatori suscitare disordini, creare ad arte una situazione di paura tale da giustificare la “reazione” dello Stato con il consenso della pubblica opinione e togliendosi dalle scatole il fastidio della magistratura,considerata, evidentemente, troppo garantista.
Esattamente quello che è avvenuto in questo paese tutte le volte che un cambiamento si annunciava possibile…
Proprio per la sua coerenza il ragionamento cossighiano tradisce, però, nel lessico un animo in preda al tumulto delle passioni: “non avere pietà” (detto da un cattolico!), “picchiarli e picchiare”,”mandarli tutti in ospedale”. Non traspare certo l’etica di un ex Presidente emerito della Repubblica, ma trasuda, di certo, l’odio “reazionario” di un uomo di molto potere.
Bisogna prendere sul serio le parole di Cossiga: se l’onda disturba i manovratori, nella loro politica di privatizzazione della scuola pubblica e degli altri servizi sociali, allora è necessario placarla, con tutti i mezzi a disposizione, leciti o meno. Per fare questo tutte le alleanze sono possibili, con piduisti, golpisti, affaristi e massoni di ogni risma.
Basta un unico raffronto storico per capire cosa significhi la perdita di “qualità” umane, di cui parlavo all’inizio. Nel dicembre del 1900 – governo Saracco - in una situazione molto difficile dopo la “crisi di fine secolo” e l’uccisione, per mano di un anarchico, del re d’Italia, lo scioglimento della Camera del Lavoro di Genova – definita organizzazione sovversiva – portò i portuali genovesi al primo “sciopero generale”, sia pure su scala cittadina. Dopo aver meditato a lungo su quel conflitto il liberale Giovanni Giolitti, il 4 febbraio 1901, in un importante discorso alla Camera, affermava che nelle controversie fra capitale e lavoro lo Stato doveva restare neutrale: “il Governo quando interviene per tenere bassi i salari commette un’ingiustizia, un errore economico ed un errore politico”. “Commette un’ingiustizia perché manca al suo dovere di assoluta imparzialità fra i cittadini […]. Commette un errore economico perché turba il funzionamento della legge economica dell’offerta e della domanda, […] . Il Governo commette infine un grave errore politico, perché rende nemiche dello Stato quelle classi che costituiscono in realtà la maggioranza del Paese”.
L’intento dello Stato – continuava ancora Giolitti - doveva essere quello di pacificare, talora anche di conciliare, “… sole funzioni legittime in questa materia”. Proprio la stessa, identica, nobiltà…[ che traspare dalle scomposte parole del Senatore a vita, ex Presidente della Repubblica, ex “gladiatore” (addestrato all’uso delle armi e degli esplosivi), ex piduista, ex picconatore….]
Francesco, 55 anni, Professore.

